I like. Ontologia post sociale del “mi piace”.

Chi si ricorda Bohemian like you, la canzone dei Dandy Warhols che recitava "cause I like you, yeah I like you, 'cause I feel so bohemian like you"?

Se non la ricordate, poco male: ho copincollato il video qui sotto.

 

 

Cito oggi questa canzone perché forse intorno ad un'affermazione come I like you, c'è qualcosa che vale la pena discutere. Già, perché la famosa (e a mia memoria, unica) hit dei Dandy Warhols è stata scritta in un'era in cui dire I like you significava mi piaci, si portava dietro quell'universo di sensazioni che sta un paio di curve prima dell'amore: vedi una bella ragazza per strada (si, a quel punto non è niente più di una bella ragazza), lei ti sorride e tu, fra il barzotto e l'intimidito, farfugli un "ciao" incomprensibile ai più, ma capace agli occhi di lei di esprimere un concetto chiaro:

I like you. Mi piaci.

Tutto questo succedeva anni fa – Bohemian like you è del 2000 – prima che il concetto di like venisse "infettato" da Facebook (si può dire "infettato" se fai il social media manager?).

Già, perché oggi il termine "like" non si riferisce più ad un sentimento, ma ad un pulsante. E a pensarci bene, forse il concetto "I like you" neppure esiste più.
Ci piacciono (likiamo) frasi, foto o gattini, ma è raro che davanti ai nostri monitor ci piaccia una persona (I like YOU), forse perché Facebook si interessa più al bel gesto, e molto di meno a chi lo compie (è la società dell'immagine, baby).

Ovviamente fanno da contraltare a questa affermazione le "social media escort" (chissà se questo è il termine giusto), quelle curiose figure che propongono succinterie per raggranellare appuntamenti (e/o likes) e considerano il profilo di Facebook il prolungamento dell'angolo del marciapiede. Ma a pensarci bene anche qui c’è di mezzo più un atto che una personalità

Ma a forza di gesti, di slanci creativi mostrati (ostentati?) per i nostri socialspettatori, non sarà che finiamo ad innamorarci di gesti più che di persone?

Innamorarsi del fare (del bel gesto) e non dell'essere (di chi cioè il bel gesto lo compie) può essere tradotto, nella metafora del like, nel passaggio dal "dandywarholesco" I like you al più markettaro (e con risonanze piuttosto inquietanti) I like it.

Mentre mi passano queste cose per la testa, e mentre cerco di dare loro una forma (e una conclusione) leggo questo articolo e finisco a pormi diverse domande.

Cos'è successo al concetto di "piacere" (like) e, di conseguenza, al concetto di bellezza?

Ci piacciono cose, "likiamo" contenuti e ci siamo inebirati di Grande Bellezza, ma la vera bellezza può stare dentro un'immagine, un link o un satirico gioco di parole?

Dov'è finita l'umanità in questo gigantesco calderone di estetica e creatività?

Paroliere prezzolato che ama scrivere ma odia rileggere, ha scritto per Milani ADV, Adriano Design, Studioand e So Simple. Ha delle responsabilità nella fondazione di French Robot e Pixelarea, riguardo alle quali (stra)parla evocando padri pellegrini e scoperte di nuovi continenti.

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